
Era il 1999 e Francesco Gioana da tempo aveva in testa un convincimento e un’idea.
Era convinto (e lo è ancora) che la folla che assiste al passaggio del corteo storico, indossando il tradizionale rosso berretto frigio si trasformi da spettatore in protagonista della festa e diventa “il popolo festante” che esprime quell’identità e unità dell’intera comunità, che il nostro Carnevale rappresenta. E come dargli torto: provate a immaginare un Carnevale senza la marea rossa dei berretti frigi…
Diventava quindi necessario evidenziare questo dato di fatto: così il nostro trovò una vecchia divisa di fine Settecento, la trasformò un poco per adattarla al periodo rivoluzionario e, così vestito, si presentò in piazza, non come personaggio, ma come semplice popolano di un’altra epoca. Si era dotato anche di una medaglia su cui aveva fatto incidere la sua identità popolare: “Citoyen de la Ville d’Ivrée – 00001”, il numero stava a indicare il fatto che era solo. La cosa suscitò un certo interesse e in pochi anni il gruppo è cresciuto e ha raccolto adesioni, simpatie e qualche opposizione (come è giusto che sia).

In questi venticinque anni qualche merito i Citoyens certamente l’hanno acquisito sottolineando con la loro presenza colorata un momento storico, quello della Rivoluzione Francese in Piemonte e delle sue connessioni con il nostro Carnevale, molto poco conosciute prima. Ma fondamentale è stata l’introduzione nel Carnevale eporediese della cerimonia del piantamento dell’Albero della Libertà in piazza di Città, così come era stato fatto il 23 frimaio del 1798.

A Ivrea, infatti, il 15 dicembre di quell’anno, senza resistenze e senza campane a martello viene eletta e insediata la nuova municipalità repubblicana. L’antica amministrazione con il sindaco Pietro Marco se ne è andata in sordina, non senza aver cura di mettere le guardie alle porte della città e dare essa stessa, con insospettabile eccesso di zelo, disposizioni in merito all’Albero della Libertà che viene eretto il 13 dicembre 1798 (23 frimaio anno settimo della Repubblica Francese e primo della Libertà Piemontese) con discorso augurale pronunciato dall’avvocato Pietro Giglio. L’oratore, nell’esaltare la “Mistica Pianta” (alla cui ombra fioriscono le “virtù sociali base delle Repubbliche”, invita i cittadini a volgere il loro pensiero agli “alberi di Trionfo”: alberi che, ancora secondo le parole del giacobino eporediese, venivano eretti “con fuochi di gioia nel Carnevale” di Ivrea; tale rituale carnevalesco, si legge inoltre, sarebbe stato compiuto “in pegno del giogo scosso dal lascivo ceppo di Monferrato”.
Allo stato attuale delle ricerche questo documento costituisce la prima testimonianza nella quale l’antica festa del nostro Carnevale viene intesa come rituale civico: un rituale volto glorificare i “fasti” della storia cittadina. Tale rilettura del cerimoniale carnevalesco prova, inoltre, come l’abbruciamento dell’“albero”, ovvero dello “Scarlo” secondo la denominazione locale, fosse una tradizione ormai consolidata nei festeggiamenti eporediesi. Ma, soprattutto, il “Discorso” di Pietro Giglio dimostra di voler conferire, quale mito di fondazione del Carnevale eporediese, l’epica leggenda della sollevazione popolare contro il marchese di Monferrato. Un tema, quest’ultimo, di certo in sintonia con gli ideali dell’età giacobina.

Su tale albero, poi, crescevano “Melaranci ossia portogalli” frutto che annunziava perfettamente “l’Eguaglianza Repubblicana, mediante l’egualità, l’unità, l’indivisibilità degli spicchi ossia fette del medesimo. S’aggiunga poi la dolcezza del frutto per annunciare la dolcezza del Governo Repubblicano”.
Questo se ne andò, passò Napoleone, tornarono i sovrani della restaurazione (tutti governi che di “dolcezza” ne avevan poca o punto), ma l’idea nell’immaginario popolare rimase. L’arancia come simbolo di libertà, facile a staccare dall’albero e lanciare contro chi questa minacciasse, il tiranno. “Siate docili alle voci del buon ordine, sensibili ai mali della Società… Guardatevi di nutrire in seno lo spirito di Egoismo, o l’amor di partito, sia il voto di ciascheduno la felicità di tutti, e la causa della libertà, la prima causa universale”.